Deficit commerciale USA in calo ad aprile 2026: export record ma risultati complessivi altalenanti

Continua a ridursi il deficit commerciale USA, sceso ad aprile 2026 a 55,9 miliardi di dollari, grazie a una forte crescita delle esportazioni energetiche che ha compensato l’aumento delle importazioni legate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e alla costruzione dei data center.

Una conferma della bontà della politica commerciale di Trump in materia di import/export? Non proprio. Nonostante i risultati, la politica dei dazi non sembra sia stata così rivoluzionaria come da promessa.

Export record per gli Stati Uniti: spinta da energia, computer e aeronautica

Secondo l’Ufficio di analisi economica e il Censimento del Dipartimento del Commercio, il divario commerciale si è ridotto dell’1,2%, attestandosi appunto a 55,9 miliardi di dollari. I dati di marzo sono stati rivisti al ribasso, portando il deficit a 56,6 miliardi invece dei 60,3 miliardi inizialmente stimati. Gli economisti interpellati da Reuters avevano previsto un ulteriore assottigliamento del deficit ad aprile, fino a 56,1 miliardi di dollari, confermando quindi un andamento in linea con le attese.

Sul fronte delle esportazioni, il quadro è particolarmente dinamico: l’export è salito del 2,6%, raggiungendo i 327,1 miliardi di dollari, un nuovo massimo storico. Le esportazioni di beni hanno segnato un +4,1%, arrivando a 221,3 miliardi di dollari, anch’esso un record.

A trainare la crescita sono stati soprattutto i beni strumentali, aumentati di 4 miliardi fino a 70,3 miliardi, grazie alle forti performance di computer e aeromobili civili. Anche i beni di consumo hanno contribuito, con un incremento di 1,7 miliardi di dollari.

L’espansione delle esportazioni ha superato quella delle importazioni, che sono cresciute del 2% fino a 383 miliardi di dollari. Le importazioni di beni sono aumentate del 2,1%, raggiungendo 304,9 miliardi, spinte da un aumento di 7 miliardi nei beni strumentali, in particolare computer, semiconduttori e apparecchiature per telecomunicazioni: un segnale diretto dell’accelerazione degli investimenti legati all’intelligenza artificiale.

In controtendenza, le importazioni di forniture e materiali industriali sono diminuite di 0,9 miliardi, a causa del calo dei volumi di prodotti petroliferi.

Deficit commerciale USA in calo grazie al petrolio

Proprio il comparto energetico si conferma decisivo nel deficit commerciale USA: le esportazioni di petrolio hanno raggiunto il record di 36,7 miliardi di dollari, in forte aumento rispetto ai 27,6 miliardi di marzo, sostenute sia dai maggiori volumi sia dall’andamento dei prezzi legato alla guerra in Medio Oriente.

La crisi nella regione e la sostanziale riduzione dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz hanno contribuito a spingere i prezzi globali dell’energia verso l’alto, creando condizioni favorevoli per i produttori statunitensi, che hanno incrementato le spedizioni all’estero fino a livelli record. Il surplus commerciale del settore petrolifero ha così raggiunto 17,7 miliardi, quasi il doppio rispetto ai 9,4 miliardi di marzo.

Il che non è proprio il massimo, come ha osservato Christopher Rupkey, economista capo di FWDBONDS: “La buona notizia è che il quadro commerciale si sta muovendo verso un maggiore equilibrio all’inizio del secondo trimestre. La cattiva è che la crescita delle esportazioni appare incerta, perché gran parte di essa sembra legata all’aumento dei prezzi energetici dovuto al conflitto in Iran“.

Dazi e politica commerciale USA: promesse ridimensionate e risultati altalenanti

Nel complesso, più di un anno di politica tariffaria altalenante ha prodotto forti oscillazioni nei flussi commerciali statunitensi, senza però modificare in modo sostanziale il ruolo degli Stati Uniti come principale importatore netto globale.

Dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump, il deficit commerciale USA mensile medio si è attestato poco sopra i 70 miliardi di dollari, sostanzialmente in linea con i circa 72 miliardi registrati durante l’amministrazione Biden.

Un risultato dunque non all’altezza delle aspettative, ma c’è una ragione dietro: le continue modifiche alle politiche tariffarie bilaterali, che si sono ridotte nel 2026 dopo che la Corte Suprema ha annullato l’uso dell’International Emergency Economic Powers Act per imporre tariffe globali estese.

Tuttavia, l’amministrazione Trump ha continuato a cercare strumenti alternativi per limitare le importazioni. A febbraio è stata introdotta una tariffa generalizzata del 10% tramite un’autorità temporanea destinata a scadere a luglio. Più recentemente, è stata proposta una nuova tornata di dazi fino al 12,5% su un gruppo di 60 Paesi, misura che l’amministrazione giustifica come intervento contro il lavoro forzato.

Nel frattempo, secondo recenti indagini tra i responsabili degli acquisti delle aziende statunitensi, molte imprese stanno inoltre accumulando scorte per anticipare possibili rincari legati sia al conflitto in Medio Oriente sia all’eventuale introduzione di nuove tariffe commerciali.

Deficit commerciale USA tra petrolio e promesse: scenario ambivalente per i possessori di certificati

Davanti agli ultimi dati sul deficit commerciale USA si prefigura uno scenario piuttosto ambivalente per investitori e possessori di certificati, specie quelli legati a materie prime, valute o indici americani.

Da un lato, la riduzione del deficit commerciale USA e la forza delle esportazioni energetiche potrebbero sostenere alcuni sottostanti, in particolare il settore oil & gas e i prodotti collegati, per via dei prezzi più alti sia dei maggiori volumi esportati.

Dall’altro, l’aumento delle importazioni legate a semiconduttori, data center e intelligenza artificiale rischiano di produrre una forte pressione sui settori tecnologici global, con dunque maggiore volatilità sugli indici più esposti al tech.

Per chi sta investendo in questi strumenti, la parola d’ordine è prudenza: più che inseguire il momentum del commercio estero, è meglio monitorare esposizione settoriale e barriere di protezione, privilegiando strutture difensive o con buffer elevati in grado di assorbire eventuali shock da prezzi energetici, dazi o improvvisi cambi di scenario macroeconomico, che ormai sono all’ordine del giorno.

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